venerdì 30 novembre 2012
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domenica 11 novembre 2012
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domenica 30 settembre 2012
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martedì 18 settembre 2012
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domenica 9 settembre 2012
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Dr. Jekill e mr. Hyde
Dr.
Jekill e mr. Hyde
A farci
scegliere l'auto (e il partito) è la parte più antica del nostro cervello. Ipotesi: senza il consenso dello strato più primitivo della mente
quello ereditato dai rettili, non possiamo fare le nostre scelte. Il cervello
razionale serve solo a giustificarle.
Che cosa induce un milanese il cui tragitto quotidiano è un unico viale,
da piazzale Loreto (dove abita) a San Babila
(dove lavora), che non ha possedimenti terrieri e trascorre i week end in Liguria
(tutta autostrada), a comprare un fuoristrada a 4 ruote motrici? «Il suo cervello
rettile» risponde Clotaire Rapaille,
antropologo culturale ed esperto di marketing. E infatti per far centro con i
messaggi pubblicitari Rapaílle studia la parte più antica del nostro
cervello, quella che si è evoluta all'epoca dei rettili, la sede di odori, violenza, sesso e altri istinti primordiali.
«Certo, la scelta dell'acquisto coinvolge anche la parte razionale del
cervello, la corteccia: numeri o prezzo sono elaborati qui, nella sede
dell'intelletto, ma si limitano
in genere a fornire l'alibi al cervello rettile» spiega Rapaille. «Anche
l'amigdala, il cervello mediano che controlla le emozioni, dirà la sua,
soprattutto sull'estetica, ma la forza dominante nell'acquisto, quella che
vince sempre, è il cervello rettile». Il modello di Rapaille ha guidato le vendite
della FT Cruiser, la macchina della Chrysler diventata un successo
commerciale. Rapaille è l'asso nella manica delle grosse aziende: ha ben 50
clienti fra le 100 top company
elencate dalla rivista Fortune. Ma
Rapaille non studia l'inconscio di ogni singolo individuo. Studia 1'inconscio
culturale collettivo, che secondo lui è molto più importante di età, gruppo
socioeconomico, geografia o genere.
Le guide invisibili
Secondo il
famoso psicanalista Carl Jung (1875-1%1), esistono immagini dette
"archetipi", come 1'ombra,1'anima, il vecchio saggio, il buono, il
cattivo, che si sono formate da tempi immemorabili, sono universali, di tutta
1'umanità, ed esistono nello strato profondo dell'inconscio collettivo. Ci
sono però anche altri archetipi che non sono universali, ma diffusi in gruppi
più ristretti: un popolo, una classe sociale, una generazione. Questi archetipi
guidano il comportamento inconscio di ogni suo membro: il suo modo di vedere
la famiglia, l'onestà, la guerra e via elencando. Gli archetipi culturali Usa
sono diversi da quelli francesi e ancora diversi da quelli giapponesi. Da essi
discende il comportamento nei confronti degli immigrati e il risultato delle
elezioni politiche. E sono importanti anche nelle scelte dei consumatori.
In
america prevale l’igiene in Francia le carezze
A Rapaille si è rivolta per esempio
un'azienda casearia francese che voleva esportare i suoi prodotti in Usa.
Aveva tradotto lo spot di successo usato in Francia per trasmetterlo oltre
oceano: una donna accarezza sensualmente, tocca e annusa un formaggio. Ma era
stato un flop e nessuno capiva perché. Rapaille scoprì che per la cultura
francese il formaggio è "vivo"; e infatti al mercato la donna
francese prende il formaggio in mano, lo palpa e lo annusa. Negli Usa invece
nessuno lo vorrebbe palpare e tanto meno annusare. Anzi, tutti quei palpamenti
danno un'idea di scarsa igiene. Rapaille consigliò di enfatizzare la sicurezza
del suo incarto di plastica. La
nuova campagna di spot incrementò le vendite del 50%.
Il
rettile giuda l’archetipo
Fra gli archetipi culturali ci sono anche pregiudizi e stereotipi.
Anche questi inconsci. Non solo: secondo le ultime ricerche un adulto può
avere convinzioni consce in contraddizione con quelle inconsce. Anche chi
crede di essere privo di pregiudizi, facendo i
test di Mahzarin Banaji, docente di psicologia a Yale, scopre di non esserne
immune. «A livello inconscio siamo tutti razzisti» dice Banaji. Il ricercatore
presenta ai volontari una serie di aggettivi positivi o negativi, ognuno
abbinato a un cognome tipicamente "bianco" o "nero". Per
esempio "elegante sig. Bianchi" e "elegante - sig. Ali".
Cognome e aggettivo appaiono insieme sullo schermo di un pc e chi fa il test
deve premere un tasto che indica se l'aggettivo è "positivo" o
"negativo". La maggior parte dei soggetti che partecipano all'esperimento
(sia bianchi sia neri) risponde più velocemente quando 1'aggettivo positivo è
abbinato al cognome "bianco" o l'aggettivo negativo a quello
"nero". «La nostra mente elabora più velocemente queste
associazioni perché è più abituata a farle» dice Banaji.
A 5
anni si subiscono gli archetipi!
Come si spiega la nascita di questi archetipi
culturali? Per comprendere il mondo, il cervello umano lo divide in
categorie: persone, luoghi, cose. «Questa suddivisione è una componente
importante dell'intelligenza» dice Banaji. «Ma gli stereotipi sono l'eccesso».
Gran parte di ciò che è depositato nel nostro inconscio viene dalla cultura
che ci circonda. Quando si infilano nella mente gli stereotipi? «A 5 anni
molti bambini hanno stereotipi già assimilati su chi sono i neri, chi le
donne, chi gli anziani» dice Margo Monteith, docente di psicologia
all'University of Kentucky. «A
5 anni non si è in grado di scegliere se accettare o rifiutare queste idee:
manca l'esperienza per farsi un'idea personale». E così il pregiudizio
insegna che gli zingari sono ladri, le donne emotive, i carabinieri non molto
intelligenti... «Gli stereotipi non devono essere veri per ottenere il loro
effetto» dice Monteith. E così l'inconscio influenza irrazionalmente il
comportamento non solo dei singoli, ma anche delle culture.
Inoltre abbiamo bisogno di sentire di far parte di un
gruppo, un villaggio, una contrada e la nostra identità è attaccata a
classificazioni ancor più ambigue, come razza e classe sociale. Vogliamo
sentirci bene grazie al gruppo cui apparteniamo e allora denigriamo chi non ne
fa parte. Tendiamo a vedere i membri del nostro gruppo come individui, e
quelli degli altri gruppi come una massa
indifferenziata. «Se pure lo stereotipo contenesse un po' di verità, porta comunque
a errori di valutazione: si applica a un singolo una generalizzazione relativa
a un gruppo» dice John Bargh, docente di psicologia sociale alla New York
University «ed è ingiusto: le persone vanno giudicate come individui, non come
membri di un gruppo».
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